Innovazione nelle terapie del diabete mellito

Al congresso DTM svoltosi a Bethesda U.S.A. nel novembre 2012, sono state presentate le ultime novità  sulla ricerca nel campo dei dispositivi di Pancreas Artificiale ad ansa chiusa (Closed Loop) . Questo rappresenta uno dei settori biomedicali tra i più attivi nella ricerca  la ricerca per la cura del diabete tipo 1. Da alcuni anni è iniziata una corsa con investimenti milionari, tra diverse aziende statunitensi, per accaparrarsi l’esclusiva della realizzazione del primo pancreas artificiale autonomo ( ad ansa chiusa appunto) progettato al fine di funzionare in maniera sempre più simile a quella del pancreas biologico, lasciando  intravedere la possibilità o per alcuni  il miraggio, di tornare a quello stato di primitiva, inconsapevole incoscienza  del mirabile funzionamento del nostro organismo, tipica dell’uomo sano. Il paziente  diabetico non dovrà più preoccuparsi di controllare la glicemia e i dosaggi insulinici, una macchina svolgerà autonomamente questo compito,  servendosi  di  sofisticati algoritmi, consentirà al diabetico di mantenere sotto  controllo il proprio assetto glicemico.  Non più diete restrittive quindi, non più  problemi legati alla somministrazione esocrina di insulina.  I dubbi sul funzionamento di questa apparecchiature  nascono principalmente per una questione di sicurezza: la FDA  agenzia incaricata dal governo americano  di regolamentare la messa in commercio di farmaci alimenti e dispositivi medicali al fine di garantire la sicurezza dei cittadini americani,  esprime scetticismo  sulla totale automazione ed indipendenza di questo sistema di controllo, temendo che problemi di natura elettronica o la contaminazione di virus possano interferire  sul funzionamento di  software programmati all’interno di  telefoni cellulari di ultima generazione, andando ad inficiare il controllo della glicemia.

Nel vecchio continente, dove vigono ancora  sistemi sanitari culturalmente ed economicamente meno influenzati dalla potenza economica delle assicurazioni e delle aziende biomedicali, stiamo invece assistendo a dei progressi  in tutt’altra direzione. Nel tentativo  di porre un freno  all’aumento del  diabete e delle patologie ad esso correlate,  che stanno alzando a dismisura  la spesa sanitaria, si pensa a coinvolgere i diabetici, rendendoli  più consapevoli della propria condizione fisica e dei meccanismi implicati nel controllo del metabolismo glucidico , promuovendo al contempo il cambiamento dello stile di vita. Questo proposito virtuoso, noto con il nome di Educazione terapeutica,  nato circa 15 anni fa (del 1998 la prima definizione da parte dell’OMS)  è  cresciuto negli ultimi anni sospinto , non tanto da fini filantropici, ma per arginare la spesa farmaceutica legata al diabete che in questi anni sta assorbendo sempre più risorse , ed è prevista in incremento esponenziale per il prossimo futuro.  Il piano diabetico nazionale italiano, recentemente approvato dalla conferenza stato-regioni il 6 dicembre scorso,  mira alla razionalizzazione della spesa anche attraverso il coinvolgimento  delle associazioni di volontariato attive sul territorio che instancabilmente e, senza  oneri per il S.S.N., svolgono programmi di apprendimento e di coinvolgimento dei diabetici in attività indoor  e out-door  al fine di acquisire una maggiore consapevolezza sulla propria malattia ed arrivare ad una corretta autogestione della malattia diabetica. L’ Educazione Terapeutica se da una parte  promette  grandi vantaggi in termini di riduzione della spesa sanitaria, dall’altra consente  al paziente di sentirsi libero dall’handicap della malattia, capace di gestire correttamente la propria condizione producendo inoltre, degli “effetti collaterali” estremamente  vantaggiosi  legati al crescere dell’autostima e della sensazione di benessere personale, con immediate ricadute positive in termini di riduzione del peso, della glicemia, della pressione arteriosa  e quindi di riduzione dell’incidenza di malattie cardiovascolari, neoplasie, disabilità, depressione,  aumentando quindi in termini di anni vissuti e di qualità percepita della vita,  l’esistenza  dei pazienti diabetici.  Forse per la prima volta da tanti anni si vedono alleati, con esigenze diverse ma un sistema comune per soddisfarle, lo stato ed il cittadino, il burocrate e lo psicologo, il Direttore Generale della Azienda Sanitaria ed il suo paziente cronico.

Due percorsi divergenti?:

 Ad una prima analisi la strada percorsa dagli europei e dagli americani sembrano andare  in direzione opposta: i primi cercando la collaborazione e la autogestione consapevole del paziente diabetico, i secondi progettando  una tecnologia che escluda il paziente da ogni processo decisionale, pensando  al diabete come ad una malattia gestita non più dall’uomo in prima persona ma da un sofisticato algoritmo elettronico. Dal mio punto di vista di diabetico direttamente e felicemente responsabilizzato nella gestione del mio diabete, il sistema di ricerca privato americano sembra aver perso di vista , se anche l’avesse mai avuto, l’obbiettivo finale, ovvero il benessere dell’uomo, e lo fa  illudendo i pazienti con una macchina dei desideri che promette la possibilità di dimenticarsi di avere il diabete, che fa credere loro di potersi svegliare da un incubo dal quale la tecnica ed il progresso li ha felicemente sottratti,  ma che in realtà ha contribuito essa stessa a creare,  indicando poi la via di uscita “salvifica”.

 Dal mio punto di vista, il diabete non è mai stata una malattia, e men che meno un incubo, è una condizione che la vita mi ha posto, e che con l’impegno e la tenacia di cui sono capace riesco a tenere sotto controllo regalandomi delle soddisfazioni e delle prospettive che prima del diabete neanche immaginavo. Non intendo con questo fare una crociata contro il progresso tecnologico del quale anche io mi servo utilizzando  un microinfusore,e che so già sarebbe persa prima di iniziare, dopo tutto senza fiducia nel progresso non saremmo uomini;  ma voglio credere  con forza in un futuro in cui si riesca ad armonizzare il progresso con il benessere dell’uomo, mantenendo questo al centro di ogni progetto di sviluppo, senza  voltare le spalle alla tecnologia e alle novità in campo biomedico. Se avremo la forza di rinunciare a percorrere le false strade, riuscendo ad utilizzare le nuove tecnologie  a vantaggio  dell’uomo ( utopia?),  si potrà forse intravedere un futuro  di speranza, una luce in fondo al tunnel della crisi di questo difficile inizio di XXI secolo.

P.S.  le idee esposte in questo articolo sono esclusivamente personali  e in alcuni punti potrebbero non riflettere il punto di vista della associazione “Amici del Micro”.

Claudio Molaioni

Commenti su: "“Closed loop system” ed Educazione Terapeutica: il sistema americano e quello europeo. Commento all’articolo sul XII congresso DTM novembre 2012" (2)

  1. lo stato dell’arte dell’evoluzione tecnologica condiziona la nostra capacità di gestire aggeggi tecnologici, pensa che per usare “benino” il micro sono passati 30 anni. Non credo che un sistema automatico di dosare il bolo abbia reali possibilità a breve (infusione sottocutanea e non portale, mancanza di “priming” per l’anticipata screzione di insulian col la vista e l’odore ed il sapore del cibo) ma aggiustamente della basale semiautomatici sarebbero utili (avviso di glicemia in crescita e se dato l’ok aumento temporaneo della basale per esempio). Certamnete potrebbero essere imboccate strade che poi verranno abbandonate, binari morti, ma io cfredo fermamente che potremo vedere nella vita che ci rimane ancora dei miglioramenti della terapia.
    Un doiscorso a parte merita l’educazione terapeutica come l’intende claudio (ed io sono con luitotalmente, e non ciecamente o solo per intenti), l’autogestione sisgnifica che non vado dal diabetologo per farmi “registrare” la terapia, che divento in grado di gestire la mia terapia insulinica in ogni(99%) sistuazione. E’ un sogno?, credo di no, ma a questo punto quale è il ruolo del diabetologo con “un paziente” così, ovvero un non-paziente, uno che ha imparato ad essere pienamente “AUTONORMATIVO” , e quindi non è più un “malato cronico”, ma può occasionalmente come tutti diventare acuto (ketoacidosi occasionali, ecc).
    Che resta al diabetologo, a parte tutti quelli con DM tipo o che non son capaci di autogetsirsi (età ecc)?
    – il diabetologo è prima di tutto una specie di memoria collettiva del diabete, di tutti i suoi pazienti e dei suoi vari e numerosi errori pratici e di giudizio.
    – una maestrina che ti prende per mano e ti porta al diploma e poi ti lascia andare da solo, rinunciando al proprio NARCISISMO MEDICO, ma è li se hai dei dubbi, ma è pronta ANCHE a criticarti, anche se non la vuoi ascoltare
    – ma non dimentica in questa fase di passaggio di poter fare il “medico” all’antica quando serve, in fondo un medico come un prete non smette mai la tonaca

    • Penso che il diabetologo serve e servirà sempre, anche per il soggetto diabetico diventato autonormativo rimarrà sempre figura di riferimento, metaforicamente il “padre” che ci ha insegnato a camminare con le nostre gambe e ci ha dato fiducia quando era il momento di cominciare a camminare da soli, la persona in grado di darci ogni tanto qualche tirata di orecchie che solo se viene da lui verrebbe accolta positivamente ed accettata come stimolo a riprendere il cammino che periodicamente ha bisogno di rinforzi, la capacità autonormativa se non rinforzata periodicamente perde di efficacia, ha bisogno di essere riconfermata e rimessa in moto, ricordi la ruota di Prochaska? Per quanto riguarda invece l’evoluzione tecnica sono d’accordo nel non chiudere le porte al progresso, critico soltanto l’idea e la direzione che chi detiene la capacità di orientare la ricerca (le ditte costruttrici) vuole imporre, un’idea utilitaristica e finalizzata al lucro, non al progresso, nella quale non è riconosciuta nè apprezzata la capacità autonormativa di cui parlavamo sopra.

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